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  Carlos Lahoz Palacio
Voliera a Lavis


 

I porfidi della Valdadige si sbriciolano, si scagliano, si lasciano dietro larghe frane. A volte si separano in lastre, a volte in colonne come grandi obelischi incompiuti. Sono paesaggi duri: sulle immense frane non attecchiscono alberi ed il porfido ha il colore del ferro ossidato.

Il giardino, nella sua situazione attuale di rudere, può essere letto come una grande cava: detriti già esistono ed altri possono essere creati; la facciata della chiesa può diventare un ennesimo cristallo poliedrico; si possono inventare obelischi nuovi.

I nuovi monoliti possono essere letti frontalmente come un paesaggio artificiale disgregato, ma in realtà sono grandi e leggere voliere, in cui è possibile entrare per vedere gli uccelli da vicino e dove gli uccelli si librano nell'aria, pur essendo prigionieri. Questa dicotomia continua tra ciò che sembra e ciò che è risulta straniante e costringe ad una verifica continua delle proprie sensazioni.

La seconda esperienza possibile è quella di ammirare i monoliti dall'esterno, costruire congetture, individuare nuovi scorci prospettici. Il giardino esistente, riordinato, diventa l'impalcatura da cui é possibile l'esplorazione dei monoliti. Il percorso sul fondale sale, ma si allontana da questi oggetti inquietanti, fino a q quando non ci si trovi improvvisamente catapultati al loro interno.

 

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