Claudio Panerari
Il Giardino Bortolotti detto “i Ciucioi” a Lavis
   

1. L' oggetto misterioso
Dal bando di concorso:
Si propone la sistemazione del giardino terrazzato de “ I Ciucioi” a Lavis (Tn). Il giardino, di formazione ottocentesca, si è formato su terrazzamenti di tipo agricolo e presenta molti elementi propri del giardino all’italiana. Al termine di un lungo periodo di abbandono, il Comune di Lavis intende ora riproporlo come un elemento singolare della struttura urbana, in parte recuperandolo, in parte proponendone una trasformazione. Anche in preparazione al nostro “concorso di idee”, l’area è stata disboscata e ne è stato effettuato il rilievo.


La storia


La storia è gracile, parla succintamente di Tomaso Bortolotti (Lavis,1796-1872), un uomo schivo che da solo o con pochi aiuti si é costruito un giardino. Di questo giardino complesso egli fu anche l’architetto. Morì durante un temporale battendo il capo su una pietra, quando il vento rovesciò la scala con cui voleva chiudere i vetri della serra.
Dunque un giardino privato nel senso più proprio, probabilmente aperto ai visitatori, ma senza alcuna preoccupazione di dimostrare o rendere comprensibili le proprie leggi interne. C'è evidentemente un programma nelle strutture, ma nessuna immagine, nessuna scritta che aiuti ad individuarlo. Si possono intravedere figure tratte da giardini famosi, da libri, si capisce che certi passaggi del percorso non possono essere solo funzionali, ma non sono noti documenti, non c'è un'intervista o il ricordo di qualche conversazione con l’autore.
Esiste un progetto unitario? O, più probabilmente, il giardino è stato pensato in più fasi, mano a mano che la costruzione si definiva senza riuscire a comprendere tutto quello che Bortolotti avrebbe voluto? Ogni elemento vale per sé o è collegato agli altri, come il capitolo di un libro? Di per sé l'opera è paratattica; se esiste un nesso tra le sue diverse parti è esterno (letterario, religioso, filosofico) e solo la conoscenza di questo pensiero potrebbe permettere di comprendere la regola. Le diverse parti del giardino si sono susseguite secondo un principio progressivo di accrescimento, comune nelle costruzioni rurali, oppure tutto il complesso è stato pensato intenzionalmente come un'opera aperta a molte interpretazioni?
Ci sono cose semplici da capire: la tecnica principale utilizzata è quella del terrazzamento, usuale all'intorno e facile da mettere in atto, ma sono molti i muri costruiti a contrafforti, che richiedono invece conoscenze specializzate e che venivano usate di norma per costruzioni più complesse, come strade o ferrovie. Viene usata estesamente anche la tecnica della galleria (specializzata) e la costruzione a volta (comune).
Se si guarda al giardino, emerge la conoscenza approfondita della tipologia del giardino di lago, così come si viene costituendo nel XIX. sec. nell'area prealpina, con le sue due ossessioni: gli agrumi e le piante della laurisilva. Le figure delle costruzioni nascono dai manuali d’architettura dell’Ottocento: rimandano alla scoperta dell’Oriente, a Palestrina ed ai giardini Farnesiani sul Palatino, al gusto romantico per la rovina gotica.

Ci si trova di fronte ad una persona di grande qualità e di grande cultura, forse un autodidatta ferocemente attento alla propria costante educazione. Una persona che aveva presenti molte delle questioni del suo tempo, almeno per quanto riguarda i giardini. Può darsi che sia riuscito a ricostruire le questioni che intrigavano il mondo di allora solo sulla base della propria sensibilità, ma certo il parallelo con molti elementi delle coeve realizzazioni francesi non sembra casuale. D’altra parte, una persona che si procurava piante rare non poteva vivere isolato, semmai era collegato ad una delle straordinarie ed ancora poco studiate reti di comunicazione della prima epoca industriale. Sarebbe interessante sapere quali sono stati i suoi viaggi e quale la sua biblioteca.


Le parti e la geometria

L’elemento più imponente del complesso è il sistema trapezoidale delle terrazze, che mantengono la stessa figura sia che si leggano in pianta o in alzato. Le due scale laterali entrano ed escono dalla roccia: solo immergendosi ad ogni rampa nelle tenebre della montagna è possibile uscire alla luce per scoprire un nuovo livello. Per di più, mentre dal livello superiore è possibile vedere il cammino percorso, la cosa è invece impossibile dal basso. La ripetizione continua di questo meccanismo costringe a dargli un’interpretazione, da quelle letterarie (Dante e Purgatorio), a quelle architettoniche (Palestrina), all’analogia spontanea, anche se anacronistica, con i livelli del videogioco. L'ultimo tratto del percorso è difficile e pericoloso ed infine quello che sembrava il santuario si rivela una semplice facciata. Il santuario è ancora da fare? oppure non ha senso? oppure ancora il giardino allude alla realtà esterna senza potervisi sostituire?
Ma vi sono altre domande: perché le terrazze sono scavate nella montagna sulla destra e si incastrano invece in un’altra figura sulla sinistra? Perché costruire accuratamente un’immagine che può essere colta solo dalla montagna di fronte?
Il secondo sistema terrazzato è più facilmente leggibile, con il richiamo evidente a molte esperienze simili nel giardino all’italiana: logge e grotte sovrapposte, scale a forbice, apertura al panorama del paese e della valle. Altrettanto esplicita è la zona alta del giardino, dove si finge un castello medievale, con torri, mura merlate, un magnifico porticato. Una struttura del tutto analoga a molte altre del periodo romantico.
Ma la figura più coinvolgente è la torre d’ingresso al giardino, straordinaria immagine attaccata alla roccia, circondata da un percorso labirintico in parte esterno ed in parte interno alla montagna. Ad ogni giro vengono riproposte le due esperienze fondamentali che caratterizzano il giardino: l’immersione nel buio e l’uscita alla luce, la misura del percorso fatto ed il distacco dalla realtà esterna. E’ condizione necessaria di ogni giardino il distacco dall’intorno, per essere condotti all’interno di un mondo diverso; il meccanismo normale per segnalare la separazione è il recinto ed il muro. In questo caso abbiamo invece una soluzione di estrema raffinatezza, in cui il distacco è ottenuto per gradi, usando come meccanismo l’ascesa ed il mondo esterno non scompare, ma diventa inaccessibile.
E’ difficile sfuggire alla tentazione di classificare “i Ciucioi” tra i giardini massoni o che propongono un’esperienza simbolica e non solo sensoriale. Ma i documenti mancano e sappiamo quanto sia complesso e difficile interpretare i simboli del giardino.


La pietra ed i ruderi

Il paese creato dalla piattaforma porfirica atesina è rosso, ma non è il rosso vivo e sanguigno delle porfiriti egiziane, assomiglia invece spesso alla ruggine del ferro. E' misterioso come tutti i prodotti vulcanici e se la dolomia emersa dal mare si colora delicatamente seguendo il corso del sole e della luna, il porfido invece produce un paese scuro, che s’infiamma solo al tramonto.
Passando per la valle, le grandi pareti di roccia si susseguono alle frane e le sottili linee dei muri di terrazzamento s’inseguono formando arabeschi. Gran parte di queste montagne di porfido sono fatte di tufi incoerenti, che con il gelo tendono a sgranarsi e collassare; le ignimbriti invece si scagliano, si spezzano, si dividono in lastre o in colonne. I torrenti pensili sulla Valdadige si sono scavati canyon strettissimi e profondi e le strade che li attraversano, spesso quasi sovrapposte all'acqua, s’interrompono ad ogni pioggia consistente, sepolte dalle frane.
E' una pietra durissima, che si lavora con difficoltà a spacco, dopo aver forzato e separato le lastre. Da sempre gli abitanti la usano per costruire le case ed i terrazzamenti per i vigneti e un poco per le difficoltà di lavorazione, un poco per le necessità dell'uso, hanno creato con essa un paese potente e rustico, dove la luce si spezza su ogni pietra.
Di queste pietre è fatto il giardino Bortolotti; una gigantesca scenografia senza spessore, che nasce dal desiderio di modellare la terra e la roccia, di articolarle come nelle strade pensili o nelle grandi fortificazioni di confine e che come queste ha anche una parte nascosta nel muro spesso: stanze e scale in galleria, un sistema complesso di approvvigionamento dell’acqua e del calore. Interamente coperto dal bosco ceduo, il giardino appare e scompare con le stagioni: a qualche viaggiatore rimane impresso, altri non riescono nemmeno a vederlo. Basta poco perché torni alla natura, come le città abbandonate nelle foreste; i crolli producono uno spazio diverso, il gelo e l’acqua si accaniscono sulle parti più articolate e deboli e fanno emergere le strutture più forti, ma come rudere e non più come parte finita.


2. Come avvicinarsi

Dal bando di concorso:
Il prodotto richiesto è analogo a quello previsto in un concorso per idee.
I materiali di base forniti possono sembrare incompleti: in realtà essi simulano la conoscenza imprecisa propria di qualunque progettista, quando si avvicina ad un luogo diverso dalla propria città.
Questo rende necessario un atteggiamento umile e disponibile alla verifica.
D’altra parte invita a ricercare nella propria esperienza disciplinare (e non in considerazioni esterne di opportunità) gli strumenti per la soluzione di progetto.
Infine introduce un elemento aleatorio, che è la migliore (per quanto rozza) approssimazione alla realtà.


storia o non storia

Tradizionalmente all’interno della scuola affrontare un tema complesso come il giardino de “i Ciucioi”, che già ad una prima lettura rivela motivazioni e realizzazioni complesse, richiederebbe una approfondita analisi storica. Ma qui non c’è tempo, perché il corso è anche un’attività burocratica determinata e finita nel tempo, non ci sono documenti e soprattutto: serve?
L'attenzione alla storia, che ha aiutato ed oppresso l’architettura italiana del secolo scorso ha molto migliorato la conoscenza delle città e dei suoi edifici, ha impedito molte distruzioni inutili ed ha soprattutto reso coscienti tutti della necessità di salvaguardare e mantenere l’eredità del passato, ma certo non ha migliorato la qualità degli edifici nuovi. La straordinaria metafora dell’eredità comune, di cui tutti siamo partecipi ed orgogliosi (come è giusto che sia per gli eredi), si è rivelata uno slogan credibile e vincente e di essa abbiamo tanto più bisogno ora, quando iniziamo la battaglia per salvaguardare qualche brano del paesaggio storico rimasto. Salvare un paesaggio è ovviamente molto più laborioso che salvare un edificio e non può essere fatto senza che il pubblico lo conosca, lo apprezzi e lo senta suo.
Ma tutte queste considerazioni non hanno a che fare con il progetto, che si costruisce su obiettivi diversi e con tecniche diverse. Sembra quasi impossibile che si siano potute confondere nella stessa classificazione due situazioni così nettamente separate: c’è qualcosa dell’arbitrarietà della divisione in classi borgesiana in questa volontà ideologica di unificazione.
Al di là di questo, una motivazione fondamentale spiega questa separazione netta: l’archeologia e la storia migliore hanno come loro obiettivo la riduzione di molteplici ipotesi di rispondenza al vero ad una sola, più probabile; mentre l’architettura è mitopoietica, costruisce immagini diverse a partire dagli stessi materiali, senza che si possa affermare che l’una soluzione sia migliore dell’altra sotto il profilo della probabilità. Molte soluzioni diverse sono tutte legittime e possono essere giudicate solo in base alla coerenza interna, alla rispondenza alle ipotesi iniziali dichiarate, piuttosto che per il loro avvicinamento ad una situazione ideale e normativa.


restauro o non restauro

Nella cultura italiana è un dogma che ogni manufatto antico (e ormai per legge sono antichi gli oggetti di cinquant’anni) debba essere restaurato in modo scientifico o comunque utilizzando tecniche particolari. Così abbiamo salvato molte cose belle e molte del tutto inutili, abbiamo dato origine a dei problemi (perché a volte l’oggetto restaurato non è più leggibile o è sottratto alla fruizione del visitatore comune) ed incoraggiato alcune adorabili perversioni, come le mostre di radiografie di opere d’arte. Soprattutto abbiamo certificato una rottura della continuità storica con gli oggetti che abbiamo ereditato: diventano tabù perché siamo certi che li rovineremmo e non saremmo in grado di costruirne di simili.
Andando ancora più a fondo: non crediamo che un’arte analoga possa ancora esistere ed infatti deleghiamo il restauro a tecniche ed attrezzature fantascientifiche. Si tratta di un atteggiamento lineare e coerente, ma non sarebbe male ricordare che molto vicino a noi, in Francia, ci si avvicina alle opere del passato con meno difficoltà e le loro cattedrali (spesso false e quasi bianche) continuano a meravigliare. Nell’area alpina poi, i problemi della manutenzione del legno e dell’intonaco fanno passare in secondo piano qualsiasi feticismo del pezzo originale e gli interventi sono orientati invece dalla tipologia e dalla tradizione.
Un’ultima osservazione: alcune delle opere d’architettura più belle del dopoguerra italiano sono manipolazioni calibrate su edifici storici per farne musei. I giapponesi le studiano e le amano ancora. Noi cominciamo a pensare che non siano scientifiche nè dal punto di vista del restauro, nè da quello museografico. Per la sistemazione del Museo del Castello Sforzesco a Milano si è già proposta la demolizione.


3. Come progettare

Dal bando di concorso:
Il concorso ha come obiettivi:
- la conoscenza degli strumenti propri della progettazione degli spazi aperti;
- la proposta di idee non convenzionali e dotate di alto grado di astrazione per la sistemazione del giardino terrazzato de “i Ciucioi” a Lavis (Tn).
Il progetto dovrà contenere un riferimento alla scala urbana, piante e sezioni significative, almeno una prospettiva o assonometria, dettagli costruttivi. Tutto sarà riassunto in due tavole in formato A1 verticale (h 84 cm x l 60 cm).



Il bando

I progetti nascono dall’interesse del Comune di Lavis per la riscoperta del giardino esistente e dal desiderio dell’IUAV di collaborare con gli Enti locali e rendere visibili al di fuori dell'università le tesi ed i prodotti dell'attività didattica. Hanno l’obiettivo primo di familiarizzare gli studenti con la sistemazione degli spazi aperti e si presentano nel loro complesso come il risultato di un concorso d’idee, ricco di soluzioni alternative ed appassionate, anche se acerbo nell'impostazione tecnica.
L’astrattezza dei lavori, come ogni medaglia, ha due facce: da un lato pesa come una maledizione biblica sulla scuola italiana, ma dall’altro permette di mettere a fuoco le questioni nodali, concentrando l’attenzione su un ventaglio di ipotesi alternative. In questo ha un compito importante per la conoscenza e per l’addestramento dei giovani architetti.o I problemi
Dal punto di vista del progetto alcune questioni sono centrali. Anzitutto è necessario leggere il giardino e distinguerne le parti. Nel giardino Bortolotti non si tratta semplicemente di riconoscere i segni costruiti che guidano l’opera del giardiniere, secondo la regola dell’Ammannati, si tratta piuttosto di impadronirsi di una struttura incredibilmente forte, che ha due figure di riferimento possibili: la cava o la città abbandonata. Bisogna lottare con queste due figure per estrarne il senso o sovrapporvene un altro.
Si è già accennato ad altri problemi: entrare/uscire, salire/scendere. I riferimenti possibili sono molti ed ovvi, suggeriti dalla presenza incombente della montagna. Tra le tipologie proprie dell’architettura del paesaggio almeno due meritano attenzione:
- il percorso di espiazione e di purificazione verso il santuario (che qui si rivela beffardamente ed enigmaticamente inesistente);
- la costruzione delle strade pensili all’imbocco delle valli laterali nel XIX. secolo, che per la prima volta applicano alla tecnica viaria costose soluzioni di ingegneria mineraria e militare.
Ancora: l’alternarsi di luce e buio. E’ una tecnica appena accennata nei giardini barocchi, che viene ripresa ed esaltata nel giardino romantico (villa Gregoriana a Tivoli). Come già detto, la sua ripresa ossessiva nel giardino Bortolotti sembra rimandare ad un rituale iniziatico, ad un progressivo straniamento dal mondo quotidiano per entrare in un mondo nuovo.

Infine non è possibile sfuggire ad una presa di posizione sul tema della visione: è necessario confrontarsi con i problemi della prospettiva raccorciata, della specularità, della visione da dentro e da fuori, della visione obbligata, della visione dall'alto e dal basso.


le soluzioni


I gruppi di soluzioni proposti individuano altrettanti atteggiamenti progettuali nei confronti del giardino esistente. Sono probabilmente anche gli unici che nella nostra situazione culturale possano essere pensati e messi in atto.


reinterpreto


I progetti che reinterpretano si pongono da un punto di vista problematico e meditativo. Si confrontano con l’esistente come con un’opera incompiuta, che abbia al suo interno una logica non ancora pienamente espressa, da afferrare e portare a compimento. Il rudere è il primo elemento di confronto: si potrà intervenire, ma staccando nettamente l’intervento, e rifiutando la mimesi. Parallelamente è possibile perseguire la separazione delle parti e la loro riconoscibilità. Il percorso può essere individuato come sutura tra gli elementi oppure enfatizzato con soluzioni tecnologiche.
In alternativa, alcuni progetti considerano il giardino come macchina per la produzione di emozioni inattese. Ripensano alle rocce e propongono un’architettura che riproduca la natura e mimi il suo processo formativo e disgregativo. Altri progetti leggono il giardino a partire da riferimenti analoghi: lo ziggurat, Palestrina, l’Isola Bella. Oppure tentano la costruzione di uno spazio emozionante a partire da macchine nascoste: acqua o giochi e sorprese. Un ultimo gruppo introduce funzioni nuove: il tema della biblioteca ritorna sempre e forse lascia scettici, ma non bisogna dimenticare che la biblioteca é per chi studia un luogo importante di incontro.



restauro


Il restauro del giardino è l’operazione più semplice, ma non ovvia. Corrisponde ad un atteggiamento di rispetto (tacere, se non si ha da dire) e ad un giudizio esplicito di completezza del luogo, che non solo ha espresso le proprie potenzialità, ma continua ad arricchirsi, perché mostra con evidenza i segni del tempo. Spesso questi progetti non propongono nemmeno una sistemazione delle piante, come se la contemplazione delle rovine fosse l’unica esperienza significativa possibile. Il progettista assume un ruolo di custode della memoria e la sua firma sono alcuni oggetti tecnologici (ascensori, padiglioni), volutamente hi-tech e del tutto estranei all’ambiente.

sogno
Un solo progetto si confronta esplicitamente con il sogno, proponendo nel giardino “per il nonno e il nipotino” un’avventura pop caotica, ma attualissima. Apre così una serie di questioni su cui i progettisti di giardini devono necessariamente meditare.
Il progetto pone anzitutto il problema dell’icona e quello collegato del programma simbolico del giardino. Troppo affrettatamente la teoria della costruzione dei giardini ha abbandonato questa linea di lavoro. E’ interessante che proprio quest’elemento, espunto dei giardini seri e dai giardini pubblici, torni invece con un successo travolgente in tutte le iniziative commerciali.
Siamo costretti a confrontarci con i giardini eretici, chiassosi, controversi, veri outsider della storia dei giardini (Bomarzo, Disneyland, ma anche le esperienze italiane recenti a Collodi o di Tonino Guerra). Il giardino costruito su un tema (come la musica a tema) suona male ad un orecchio post-romantico, che chiede emozioni sottili ed aniconiche, ma ha legittimità ed una lunga e ricca tradizione.
Infine dobbiamo riconoscere nel gioco un elemento basilare del giardino, dalle astuzie inattese manieriste e barocche, al vivere all’aperto orientale e poi impressionista, fino alla ricerca del nuovo ed alla centrifugazione dei sensi del parco di divertimenti attuale.



sovrascrivo

La tentazione più grande è quella di sovrascrivere, di imporre un disegno diverso al giardino. Nella forma più semplice è il tentativo, dopo essersi resi conto della difficoltà della lotta con la struttura fossile rimasta, di oggettivare alcune questioni e di dare loro forma sensibile.
Il giardino dei sensi moltiplica ed oggettivizza le emozioni; la sovrascrittura con una griglia diversa rimanda ad una lettura complessa per strati, come l’incrostazione su un oggetto rimasto a lungo in mare. Costringere il visitatore a protendersi fuori, provando la vertigine, rovescia la logica della visione propria del giardino attuale. E’ una sorta di riduzionismo, che individua nel progetto un unico problema ed a questo dà forma. E’ un atteggiamento che porta quasi necessariamente verso una interpretazione barocca, dove sono rappresentati la ripetizione enfatica, l’apparire diverso dall’essere, la meraviglia, l’horror vacui.


4. Perché restaurare


Dal bando di concorso:
“Il giardino dei rododendri” potrebbe essere un tema affascinante per i progettisti e di sicuro interesse per i visitatori. Permetterebbe di fissare con un’icona la particolarità del giardino rinato, legandolo alle montagne circostanti ed a piante molto amate.


I giardini della Valdadige

Le cure degli abitanti della Valdadige sono interamente rivolte allo straordinario giardino, lungo oltre duecento chilometri, formato dal vigneto. Costruito con pochissimi elementi ripetuti ed adattati al terreno, appare incredibilmente vario e piacevole. I giardini formali sono pochi, anche in una piccola capitale di lunga tradizione come Trento, e così i giardini pubblici, salvo lungo le rive vincolate ed improduttive dei fiumi.
Ovunque il giardino entra in conflitto con gli altri usi del suolo: il terreno è poco e caro. La zona produttiva storica coincide con il vigneto, quella strappata alla palude con le città, le industrie ed il frutteto, il resto è bosco. L’interesse per la forma del paesaggio costruito si sviluppa e si esaurisce nel vigneto e la conformazione del territorio rende ovvia una maggior attenzione per il paesaggio naturale. Anche questa è una conquista culturale faticosa e per di più abbastanza recente: ha poco più di cento anni. Come conseguenza, la forma tipologica prevalente è quella del percorso, piuttosto che quella del luogo separato.
Ma non avviene per caso che una struttura dimenticata e sepolta sotto gli alberi esca fuori. Esistono frammenti di un discorso culturale che possono essere riportati al giardino: l’interesse per la curiosità botanica, l’amore per gli spazi aperti, un modo di vita altamente formalizzato, che storicamente ha sempre trovato nel giardino uno dei suoi spazi d’elezione.
E’ necessario che queste tendenze si cristallizzino e si organizzino, affinché possano nascere nuovi giardini. Si ritiene che un giardino sia una struttura costosa: in realtà costa molto meno di una scuola e più o meno come una strada semplice. Sarebbe più corretto affermare che il giardino non è una voce prioritaria nei bilanci comunali, come invece era all’inizio dello scorso secolo. Il giardino ha anche un altro grave difetto: richiede una manutenzione costante ed una struttura efficiente di servizio. Esiste un problema di costi, ma anche di organizzazione: è paradossale, ma il nostro paesaggio ci dice continuamente che dove un solo contadino riesce a produrre, salvaguardare il territorio e mantenere una immagine gradevole, dieci impiegati comunali si trovano invece in difficoltà.


Buoni motivi per la rinascita.

Il motivo migliore per una rinascita del giardino Bortolotti è dato dalla permanenza del suo scheletro fossile. Esso è lì a testimoniare che non ci sarà bisogno di lottare con la tutela del paesaggio, con le perplessità per i rischi geologici o l’accessibilità degli handicappati. Bisognerà risolvere questi problemi, ma senza che essi siano pregiudiziali. Quanto ai finanziamenti, nelle province autonome normalmente non costituiscono un problema.
Il turismo della Valdadige nei prossimi anni avrà alcune caratteristiche, che già ora appaiono abbastanza chiare:
- per una popolazione che invecchia rapidamente, ha tempo libero ed una certa disponibilità economica si tratta di una meta eccellente, se è opportunamente attrezzata. Molte aree dipendono già ampiamente nella loro economia da un turismo pacato e fedele;
- la valle costituisce un’unità omogenea e ben riconoscibile; può essere visitata in auto o in bicicletta, ma è importante che possa contare su punti di riferimento individuabili;
- la valle deve ottenere l’attenzione delle migliaia di macchine che periodicamente l’attraversano.
Come ottenere le stellette “merita il viaggio”? La valle si sta già attrezzando: il museo di Rovereto, la cantina di Lavis, l’orto botanico di Merano, il futuro museo della montagna di castel Firmiano a Bolzano. “I Ciucioi” potrebbero diventare un altro tassello di questo disegno. La struttura aiuta: è curiosa quasi come Bomarzo e interessante quasi come le Isole borromee, e potrebbe utilmente essere collegata alle cave della val di Cembra e ai vigneti. Occorre però qualcosa di unico, che li distingua: tutti gli iris o i rododendri (io preferisco i rododendri).

 

 

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